La Rieducazione in acqua o Idrokinesiterapia nell’ambito delle indicazioni terapeutiche è sempre più spesso considerata grazie al rinnovato interesse da parte degli operatori della riabilitazione ed alla reale possibilità di ottimizzare potenzialità motorie residue o raggiungere risultati altrimenti inaspettati.

Presupposto fondamentale però, è non considerare l’acqua come panacea, ma come strumento sia di valutazione sia di riabilitazione nei confronti delle principali patologie neuromotorie ed ortopedico-traumatologiche.

L’indicazione al trattamento mediante idrokinesiterapia nasce proprio dalla valutazione funzionale del paziente, dalla considerazione dello stato fisico generale (ad esempio in pazienti con cardiopatie scompensate) e da fondamentali avvertenze che il terapista dovrà conoscere nella gestione oltre che rieducativa, anche logistica nei confronti del paziente dell’ambiente in cui opera.

L’approccio al paziente passa quindi dalla considerazione di un  lavoro che adatterà schemi di esercizi mediante il lavoro globale  adattati al paziente e non viceversa. In questo caso consideriamo sempre l’approccio ai singoli esiti di patologie e non una generica attività in acqua al solo scopo di “far muovere” una persona.

 

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Il problema più comune sino ad oggi, è che molti fisioterapisti e medici hanno considerato la rieducazione in acqua solo sulla base di esperienze personali o di una documentazione bibliografica tuttora insufficiente o piuttosto datata. Altrettanto inutile è conoscere benissimo la fisica dell’acqua senza associarla a principi neuromotori e viceversa.

L’acqua come strumento riabilitativo ha lo scopo principale di associare le proprietà fisiche dei liquidi ai principi neuromotori della rieducazione, senza riprodurre ciò che viene fatto in ambiente gravitario, ma favorendo processi di apprendimento e possibilità di reclutamento di fibre motorie, lavoro percettivo e di equilibrio in un unico armonioso processo che solo l’ambiente microgravitario e l’attento lavoro seguito dal terapista in acqua possono ottimizzare.

Sarà più chiaro comprendere quanto detto sopra se consideriamo il movimento sotto l’effetto della Spinta Idrostatica, frenato dalla Resistenza Idrodinamica, facilitato dall’inerzia che si produce sulla superficie, oppure sotto l’effetto delle turbolenze e perturbazioni che tendono a destabilizzare alcune posizioni assunte in acqua.

Inoltre a nostro avviso è inutile far lavorare i pazienti con pesi (poiché l’acqua annulla la gravità) o riprodurre meramente schemi o esercizi di Metodiche come viene normalmente effettuato a secco.

Le conoscenze biomeccaniche, i principi neuromotori delle più comuni metodiche riabilitative unitamente  alle facilitazioni microgravitarie delle leggi fisiche in acqua sono riuniti in un unico metodo di riabilitazione che abbiamo definito come Approccio Sequenziale e Propedeutico. (A.S.P, ideato dai Fisioterapisti Fulvio Cavuoto e Marco A. Mangiarotti).

Il termine Approccio sta a rappresentare tutte le procedure per l’Ambientamento, Valutazione ed Acquaticità in relazione alle patologie da noi trattate. Sequenziale e Propedeutico sarà invece il lavoro di riabilitazione in acqua  in funzione degli esiti di patologie per fare in modo che, partendo da una situazione facilitante,  arriveremo al massimo dei risultati consentiti.

Il nostro modo di interpretare l’Idrokinesiterapia è basato quindi sul “non bagnare” le metodiche che eventualmente si integreranno in un piano di lavoro associato tra fuori e dentro l’acqua.

Alla luce di quanto abbiamo già sostenuto, i numerosi risultati fino ad oggi raccolti grazie alla rete di collaborazione creata dall’ANIK (Associazione Nazionale Idrokinesiterapisti) ci danno ragione; ancor di più le esperienze raccolte sia in Italia sia all’Estero ci confermano quanto l’intuizione di sfruttare l’acqua con le sue proprietà fisiche fa sì che le possibilità di ricercare una funzione o un movimento decisamente ridotte dalla forza di gravità sia maggiore e ancor di più se le situazioni invalidanti sono legate al dolore.

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